in

l’adozione delle crypto nel Medio Oriente è ancora scarsa

Alcuni dati pubblicati da Arcane Research sembrano suggerire che, nonostante ci sia una forte domanda per piattaforme di trading crypto P2P in Medio Oriente, le normative e la mancanza di infrastrutture ne stanno rallentando l’adozione: i migranti privi di documenti, una volta arrivati nei Paesi occidentali, però, si sono avvalsi di queste piattaforme per le rimesse. 

Secondo un report pubblicato dall’azienda ad ottobre, il volume di trading crypto peer-to-peer (P2P) in tutto il Medio Oriente ed il Nord Africa è circa il 15% del suo valore alla fine del 2017 sulle piattaforme LocalBitcoins e Paxful: un volume di scambi di circa 682.000 dollari a settimana.

Il documento afferma:

“In generale, ci sono diversi exchange centralizzati che forniscono questi servizi, negli Stati arabi più sviluppati. Tuttavia, altri Paesi della regione non hanno queste infrastrutture e mancano anche di stabilità finanziaria e politica, ma ciononostante [non hanno] registrato il prevedibile aumento di adozione delle crypto sugli exchange P2P.”

Nei Paesi del Medio Oriente che devono affrontare l’inflazione c’è una forte domanda di servizi P2P, in quanto permettono ai residenti di portare denaro fuori dallo Stato o semplicemente di convertirlo in crypto. La Lira libanese ha subito un’inflazione enorme nel 2020. L’Iran, invece, a causa del basso costo dell’elettricità, ha attirato l’attenzione dei miner ma anche la sua valuta è stata devastata da una rovinosa iperinflazione da quando gli Stati Uniti hanno reintrodotto le sanzioni nel 2018.

Nonostante ciò, gli exchange P2P sia in Libano che in Iran sono in seria difficoltà a causa delle “scarsa qualità delle connessioni Internet e dei regimi politici che hanno una considerazione negativa di Bitcoin“. Invece, Arcane Research ha scoperto che in questo periodo alcuni metodi “meno sofisticati” per scambiare Bitcoin (BTC) P2P sono in netta crescita nella regione, circolando spesso tramite le applicazioni di messaggistica come WhatsApp. 

Il report indicava anche che gli immigrati privi di documenti che vivono nei Paesi occidentali si stanno rivolgendo alle crypto per le rimesse, utilizzando le gift card in combinazione con le piattaforme di trading P2P, nei casi in cui le leggi locali rendono più difficile l’invio di crypto. 

A settembre, Paxful ha annunciato che non avrebbe più fornito i propri servizi in Venezuela a causa di regolamenti e sanzioni emesse dallo US Office of Foreign Assets Control. Nonostante ciò, il Paese rappresentava il 42% del volume del trading P2P in tutta l’America Latina, che ora ammonta a 4,3 milioni di dollari. 

Arcane Research suggerisce che gli immigrati venezuelani abbiano trovato “soluzioni alternative” per mandare soldi a casa nonostante “restrizioni sulle crypto ed un rigoroso controllo sugli spostamenti dei capitali“. 

Secondo i ricercatori, i migranti possono acquistare delle gift card presso un rivenditore come Amazon o semplicemente una carta di credito prepagata, e inviarne una foto alla famiglia e agli amici all’estero. I destinatari possono poi venderla in cambio di Bitcoin utilizzando una piattaforma P2P e convertirla in valuta locale. Il paper afferma che un tale metodo di rimessa è veloce e affidabile, ma comporta notevoli spese. 

Il Bitcoin è anche un buon modo per far uscire i capitali dal proprio Paese:

“Bitcoin può essere utilizzato dai venezuelani come strumento per esportare capitali. L’iperinflazione è un problema enorme per il Venezuela: ha fatto sì che oltre il 10% della popolazione lasciasse il Paese”. 

Source link

Bitcoin potrebbe triplicare la sua base utenti grazie all’integrazione crypto di PayPal

Robinhood, l’app che cresce con la pandemia Covid-19